el-buss

venerdì 18 dicembre, capodanno islamico, primo giorno di Ashurà e di scuole chiuse, sono andata con Jounaid al campo palestinese di El-Buss, vicino a Tyro. Jounaid è uno dei registi-attori di Zouqaq, Zouqaq è un gruppo di teatro e un’associazione culturale che fa drama therapy in giro per le scuole da Tyro a Beddawi (come dire da crotone a bolzano) per sensibilizzare la I°B di Tannourine contro la caccia di frodo agli storni e educare la III°C di El-Buss alla relazione con i disabili e i malati mentali del campo, per esempio.

The objective of these workshops aims towards leading the participant, through theatrical exercises, to become aware of his/her corporeal self defense mechanisms, and to discover that individuals are an ensemble of terms, intentions, volitions, and that they can and should coexist with the irrational and instinctive drive without creating conflict.

Attraverso questo psyco-social-educational theatre sperimentano metodi, creano “spazi sicuri” di espressione del pubblico prima che degli attori in scena. A el-Buss, in una sala di fronte all’ambulatorio dell’UNRWA,  hanno provato con il Forum Theatre (grazie a augusto boal, le theatre des opprimés) e ha funzionato: l’idea era rappresentare delle scenette di vita quotidiana (elaborate da interviste e storie di vita raccolte da altre associazioni di promozione sociale che lavorano nel campo) che mostrano situazioni di discriminazione e violenza sui disabili e di sollecitare il pubblico ad intervenire direttamente sulla scena, sostituendo uno degli attori per cambiare il corso degli eventi. Intanto gli altri attori sul palco improvvisano di conseguenza, imponendo nuovi ostacoli allo svolgimento della storia e alla risoluzione del problema. Un Joker – Jounaid in smoking- guida il gioco delle sostituzioni, interfaccia metateatrale che rende le scenette qualcosa di più dell’essere scenette mimetiche (ah, il metateatro, ah i pucks e i fools shakespeariani, ah le teste di pera, ah père ubù, ah finzioni per natale ..). Comunque, a un certo punto se ne esce dal pubblico un bambino di nove anni per sostituire il vecchio Abu Ibrahim, padre di Zahra, che nella storiella è una ragazza disabile affidata al fratello, incapace di accudirla. il bambino indossa la giallabyya bianca del padre e inizia a sgridare il figlio irresponsabile, stronzo e violento. poco dopo, una signora sale a impersonare la madre di Zahra per mostrare al fratello come coinvogerla in qualche lavoretto manuale utile in casa. e le sue mani pazienti raccontano della pratica quotidiana di quei gesti, dell’abitudine a pronunciare certe parole rassicuranti, della consapevolezza dell’esperienza.

(intanto io, senza abitudine, pratica nè pazienza,  facevo le foto e i filmini.)

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